Rivoluzione Francese

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Ruolo dei Parlamenti e la Rivoluzione nobiliare

L’assemblea Generale degli ordini del Regno, deputata ad approvare le imposte non era stata convocata dal 1614, situazione che andava a vantaggio dei parlamenti che divennero organismi centrali negli equilibri della politica, nonostante le loro funzioni non erano di tipo esecutivo o legislativo (detenute dal sovrano) ma di amministrare la giustizia.

I parlamenti, come il Parlamento di Parigi, suprema Corte di giustizia criminale, avevano il potere di esercitare i diritti di registrazione degli atti regi, con il quale divenivano esecutivi, e il diritto di rimostranza, esercitato nel caso in cui un atto del Re era in contrasto con le leggi fondamentali del regno. In caso di mancata registrazione da parte del Parlamento il Re poteva comunque imporre la registrazione, in caso di rifiuto, poteva indire una seduta formale del Parlamento alla quale interveniva di persona ordinando di procedere alla registrazione.

In Francia erano presenti 16 parlamenti provinciali più il Parlamento di Parigi.

Il rapporto tra Parlamento e Re fu scandito da diverse tensioni, in particolare in materia di religione,  negli anni 70 il conflitto si aggravò in modo grave fino all’esilio dell’intero Parlamento di Parigi ordinato dal cancelliere René-Nicolas de Maupeou, affidando la giurisdizione a 6 consigli di nomina regia.

Charles de Calonne sostituì Necker alla direzione delle finanze, propose una riforma fiscale basata sulla “sovvenzione nazionale”, un’imposta fondiaria basata sulla rendita di tutte le proprietà incluse quelle del clero e della nobilita. Il nuovo ministro aggirò i Parlamenti ed il Terzo Stato utilizzando l’antica e desueta Assemblea dei notabili, la quale per tutta risposta decretò le dimissioni di de Calonne e la nomina di de Brienne, chiedendo altresì la convocazione degli Stati Generali, quale unico organo collegiale abilitato ad approvare o rifiutare ogni nuova proposta. Si apriva così la via a concrete prospettive di limitazione e condizionamento dell’assolutismo regio. Infatti, secondo alcuni storici, fu proprio l’Assemblea dei notabili a segnare il vero inizio o almeno il presupposto della rivoluzione.

De Brienne continuò sulla strada tracciata dal de Calonne, istituendo le assemblee locali che avrebbero attuato la riforma fiscale, lo scontro fu inevitabile, ed il Parlamento di Parigi si rifiutò di registrare, la conseguenza fu l’esilio dello stesso ordinato direttamente da Luigi XVI.

La reazione da parte dei Parlamenti provinciali spinse de Brienne a far convocare gli Stati Generali,  iniziava così la cosiddetta “rivoluzione aristocratica”, chiamata anche rivoluzione nobiliare o pre-rivoluzione, che costituì un’occasione di mobilitazione da parte dell’opinione pubblica con l’elezione dei deputati che avevano il compito di redigere i cahiers de doléances (quaderni di rimostranze e doglianze).

Il dibattito si avviò in tutta la nazione, vennero pubblicato opuscoli e giornali con i quali si denunciavano i privilegi della nobiltà e del clero, vennero convocate assemblee in tutte le città e comunità dove i capifamiglia esponevano le loro lamentele.